Caldaia a biomassa: guida ai combustibili

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Acquistare una caldaia a biomassa significa anche scegliere il combustibile più comodo da reperire con le caratteristiche più in linea con le proprie necessità. Anche dopo averlo scelto, però, può essere complesso riuscire a destreggiarsi tra le varie norme e le classificazioni.

In questo articolo scopriremo le informazioni essenziali sui combustibili più comuni: pellet, legna, nocciolino, cippato, sansa e gusci triti.

Data pubblicazione: 09-01-2023
Autore: Riccardo Vinci
Caldaia a biomassa: guida ai combustibili

Qual è il combustibile migliore per la caldaia a biomassa?

Una caldaia a biomassa è un generatore di calore che sfrutta l’energia delle biomasse, cioè dei materiali organici di origine vegetale, per produrre calore tramite la combustione.

Riscaldare attraverso le biomasse permette di sfruttare una fonte rinnovabile per eccellenza, proteggendo il ciclo naturale dell’anidride carbonica, risparmiando sui materiali da combustione e proteggendo l’ambiente.

Si tratta però anche di una scelta che richiede consapevolezza e attenzione: non tutte le caldaie a biomassa sono uguali perché non tutti i combustibili da biomasse sono uguali. Una prima suddivisione delle biomasse è legata alla loro origine:

  • le fitomasse sono biomasse provenienti da piante
  • le zoomasse sono biomasse provenienti da animali e carcasse
  • le biomasse microbiche provengono da microrganismi.

Le fitomasse sono quelle utilizzate per le caldaie a biomassa grazie alla semplicità di reperimento e stoccaggio del materiale, ma anche tra queste le alternative non sono di certo poche. Biomasse legnose e vegetali possono essere residui forestali e prodotti dell’industria del legno (pellet, trucioli, segatura, cippato, legna da ardere), sottoprodotti agricoli (paglia, ramaglie, sarmenti di vite), colture apposite o residui legati all’industria agroalimentare (sansa, vinaccia, agri-pellet).

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Tra tutte queste scelte, come fare a determinare il combustibile migliore, e di conseguenza come scegliere la caldaia a biomassa da acquistare? Dipende. Non esiste una risposta corretta perché nella scelta del combustibile è necessario valutare le tue specifiche necessità:

  • spazio disponibile per lo stoccaggio del materiale
  • reperibilità e costi dei combustibili nella filiera corta della tua zona per evitare i costi e l’inquinamento dovuti ai lunghi trasporti
  • grandezza e caratteristiche fisiche dell’edificio da riscaldare, e di conseguenza potere calorifico necessario.

Farti consigliare da esperti è sempre la scelta più indicata per optare per la soluzione più indicata ed efficiente evitando brutte sorprese, ma è importante anche riuscire a farsi una propria idea, e il combustibile è probabilmente la prima scelta da cui partire.

Attraverso questa piccola guida informativa puoi imparare a riconoscere le differenze fondamentali tra i vari combustibili più utilizzati e le loro classificazioni.

Le norme tecniche europee per i combustibili per caldaie a biomassa

Con il termine “norma tecnica” si intende un documento condiviso che setta degli standard capaci di assicurare qualità, convenienza e sicurezza dei prodotti.

L’Unione Europea, attraverso il CEN (Comitato Europeo di Normazione), ha fissato una serie di norme tecniche legate ai biocombustibili: la serie UNI EN 14961, poi aggiornata nel 2014 con la serie UNI EN ISO 17225, che ne ha mantenuto la struttura. Con queste norme il CEN ha sostituito di fatto le varie norme tecniche nazionali, regolarizzando a livello europeo la produzione e la classificazione dei biocombustibili principali.

Il pellet: caratteristiche del combustibile

Pellet significa semplicemente “pallina”: è un biocombustibile addensato, ottenuto essiccando e comprimendo gli scarti della lavorazione del legno. L’uso della segatura consente di compattare il materiale in un cilindretto senza aggiungere additivi e sostanze chimiche, ottenendo un combustibile del tutto naturale, compatto e dal grande potere calorifico, se la materia prima viene fatta essiccare a sufficienza. Grazie alla pressatura, infatti, il potere calorifico del pellet è quasi doppio rispetto a quello della legna da ardere, a parità di volume.

I cilindretti di pellet così ottenuti sono lunghi fino a 3 cm e di diametro inferiore al centimetro, risultando particolarmente facili da stoccare. Il costo del pellet è più elevato rispetto a quello di altre biomasse, ma la semplicità di uso, la facile reperibilità anche in città e il potere calorifico nettamente più alto rispetto alla maggior parte delle altre biomasse ne fanno una scelta assolutamente di spessore, tanto più che le caldaie a pellet di ultima generazione possono raggiungere rendimenti altissimi fino a oltre il 98%.

La norma tecnica europea che ne definisce le caratteristiche è la EN 14961-2 aggiornata con la EN ISO 17225-2. Per ogni classe definisce delle specifiche chimico-fisiche in base ad alcune grandezze:

  • origine e fonte
  • diametro del pellet
  • contenuto di umidità
  • durabilità meccanica
  • contenuto di polveri sottili e ceneri
  • contenuto di agenti leganti
  • potere calorifico inferiore
  • densità
  • presenza di elementi contaminanti

In base a queste caratteristiche tecniche la norma EN 14961-2 ha introdotto 3 classi di qualità che sono state mantenute dalla nuova normativa:

  • Classe A1: legno proveniente soltanto da tronchi e residui non trattati, percentuale di umidità inferiore al 10%, contenuto di ceneri inferiore allo 0,7% per il legno duro e allo 0,5% per le conifere e bassissima presenza di minerali
  • Classe A2: legno proveniente da piante senza radice, corteccia, tronchi e residui, contenuto di ceneri inferiore all’1,5% sul secco
  • Classe B: legno da esbosco, sottoprodotti e residui della prima lavorazione del legno, contenuto di ceneri inferiore al 3% sul secco, prevalentemente destinata a grandi impianti di combustione per usi industriali o commerciali

La normativa EN ISO 17225-2, inoltre, ne garantisce la qualità e l’assenza di elementi inquinanti o pericolosi per la salute umana.

La legna da ardere: caratteristiche del combustibile

La più antica tra le biomasse utilizzate per il riscaldamento, ma non per questo meno funzionale delle altre, è sicuramente la legna da ardere. Si tratta del principale combustibile per uso domestico per più di un terzo della popolazione mondiale e quando risulta di facile reperibilità è sempre un’ottima soluzione in combinazione con la giusta caldaia a legna.

È sempre importante utilizzare legna ben essiccata, solitamente per almeno un anno (raggiunge il suo massimo potere calorifico dopo tre anni di essiccazione), e accatastare la legna in luoghi ventilati e riparati, grandi a sufficienza.

Se però queste caratteristiche non ti spaventano e hai modo di reperire comodamente il combustibile, con la legna da ardere utilizzi una biomassa considerata del tutto a impatto zero per l’ambiente, se si esclude una piccola parte di particolato primario che viene sempre prodotta durante la combustione di biomasse solide.

Le norme che ne regolano le classi di qualità sono la EN 14961-5 e la più recente EN ISO 17225-5, sulla base della pezzatura (cioè di grandezza e diametro dei pezzi) e del contenuto idrico. La classe migliore, la classe A1, prevede un diametro dei pezzi inferiore a 15 cm, una quantità di pezzi spaccati/tondi superiore al 90% e un contenuto idrico M < 25%.

Il cippato: caratteristiche del combustibile

Il cippato di legna è una biomassa di costo bassissimo, ottenuta dal legno attraverso un processo di sminuzzamento (è da lì che deriva il termine inglese “chip”, cioè “scheggia, truciolo”). Dopo un paio di anni di essiccazione il cippato risulta pronto per la combustione.

Non è il combustibile di maggior valore tra le biomasse disponibili, ma il bassissimo costo e la sempre maggiore efficienza delle caldaie a cippato lo hanno reso una soluzione da non sottovalutare, tanto più che produce ancora meno ceneri delle altre biomasse.

Uno dei vantaggi principali del cippato risiede nella possibilità di realizzarlo del tutto a km 0 tramite una cippatrice, a patto di avere sufficienti spazi, e nel fatto che non richiede grandi quantità di legni e alberi: può essere prodotto anche da ramoscelli e residui di potatura, se necessario.

Di contro la caldaia a cippato consuma grandi quantità di combustibile, richiedendo quindi vasche sufficientemente grandi per contenerne a sufficienza. Per questo il cippato è solitamente la soluzione ideale per residenze medio-grandi, hotel ed edifici con un fabbisogno energetico annuo superiore a 60 MWh termici.

La certificazione di riferimento del cippato è la Biomassplus, che si basa sulla norma EN ISO 17225-4 a cui aggiunge un’ulteriore classe A1+.

Le cinque classi del cippato (A1+, A1+ cippatino, A1, A2 e B1) delineano la qualità del prodotto in base a specifiche caratteristiche fisiche, tra cui l’origine e la provenienza, la pezzatura, il contenuto idrico, la percentuale di ceneri prodotti, il potere calorifico e altri. La migliore classe, la A1+, prevede restrizioni sul legno originale di provenienza (assenza di radici, uso di tronchi), una percentuale di umidità del cippato inferiore al 10% e un potere calorifico netto pari a 4,5 kWh/kg, corrispondenti a circa 16200 kJ/kg, di poco inferiore al potere calorifico del pellet di classe più alta.

Nocciolino, sansa e gusci triti: caratteristiche dei combustibili non legnosi

Oltre alla legna e ai suoi residui, è possibile sfruttare altre fitomasse legate all’industria agro-alimentare, tutte normate dalla EN 14961-6 e dal suo successivo aggiornamento ENI ISO 17225-6.

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Dalla lavorazione e spremitura delle olive è possibile ricavare dei biocombustibili: la sansa e il nocciolino di sansa. Si tratta di due combustibili differenti, ottenuti in modo diverso: la sansa è un composto costituito da bucce, noccioli e polpa di olive pressati ed essiccati, poi puliti e lavati in modo da eliminarne l’alto contenuto di umidità e le impurità che potrebbero danneggiare gli impianti. Il nocciolino di sansa, invece, è composto soltanto dal nocciolo di oliva lavorato e asciugato, staccato dall’oliva attraverso un processo meccanico che sfrutta la forza centrifuga.

Il nocciolino viene ottenuto direttamente al frantoio, non deriva da processi chimici e ha un potere calorifico in linea con quello del pellet, ma costa molto meno risultando un’alternativa da non sottovalutare nel caso delle caldaie policombustibili.

La sansa esausta, invece, è ottenuta a seguito della lavorazione della sansa nel sansificio attraverso processi chimici e sia per gli odori sgradevoli sia per la necessità di abbatterne le emissioni di fumo è prevalentemente utilizzata in grandi impianti industriali. Ha minor potere calorifico del nocciolino e delle altre biomasse, ma i suoi costi ridottissimi la rendono una soluzione ideale per i grandi impianti.

Attraverso nocciolino e sansa si riesce del tutto a eliminare gli scarti della lavorazione delle olive, rendendo il processo interamente ecologico e privo di rifiuti. Una soluzione simile viene applicata con i gusci triti: gli scarti di mandorle, nocciole, noci, pistacchi e pinoli sono un biocombustibile efficace e da non sottovalutare, soprattutto per le caldaie policombustibili.

Con un potere calorifico medio di poco inferiore ai 4,2 kWh/kg, sono estremamente versatili e utili sia per il riscaldamento domestico sia per quello industriale.Altre soluzioni simili sfruttano scarti dell’uva, paglia, tutoli di mais, panello di girasole: attraverso di essi è possibile ottenere l’agri-pellet, un pellet non legnoso con altissimo potere calorifico inferiore, ma capace di produrre più elementi inquinanti rispetto al pellet di legna.

Se vuoi più informazioni sul funzionamento di una caldaia policombustibile idonea per il riscaldamento della tua casa o della tua azienda ti invitiamo a contattarci.

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